
Chi ha tradito il merito? Il legame nascosto tra disuguaglianze e ideologia
«Come funziona un’ideologia?»: potrebbe essere questo un sottotitolo adeguato al nuovo libro di Francesco Farina, Il merito tradito. Perché la mobilità sociale è scomparsa (Donzelli 2024).
È opera dell’ideologia meritocratica, infatti, il ‘tradimento’ del nobile concetto di merito cui il titolo fa riferimento. Attraverso un’imponente ricostruzione della storia economica, politica e sociale a partire dagli anni Ottanta, Farina mette in luce come la narrativa meritocratica si fondi su una visione del mondo e della società largamente diffusa e condivisa, ma ben lontana dalla realtà dei fatti. Tale visione, propagandata da un neoliberismo ormai divenuto una gabbia concettuale ineludibile per il decisore politico, si fonda sull’individualismo metodologico in teoria economica e sul contratto sociale tra individui liberi ed eguali in teoria politica. Secondo Farina, tuttavia, il sostegno a questa narrazione non è un errore innocente, ma vi è sottesa una logica di occultamento colpevole delle autentiche strutture della società. La narrativa meritocratica, infatti, viene utilizzata consapevolmente dalle élites come uno strumento per difendere la loro posizione privilegiata (cfr. T. Piketty, Capitale e ideologia. Ogni comunità ha bisogno di giustificare le proprie disuguaglianze, La Nave di Teseo 2020). Al contrario, la concettualizzazione della società attuale necessita di un modello differente. Da una parte, l’analisi delle esternalità che si sviluppano in un capitalismo caratterizzato da una sempre crescente interazione sociale richiede l’implementazione di un modello fondato sul concetto di ‘interdipendenza sistemica’, la cui forma sociale e politica è data dal conflitto sociale e, in particolare, dall’asimmetria di potere tra imprese e lavoratori.
La nozione di merito, adeguatamente camuffata e contraffatta, funziona alla perfezione per appianare lo scollamento tra ideologia e realtà. Del merito, infatti, in ossequio al dogma neoliberale della responsabilità individuale, viene offerta una narrazione strettamente individualistica, mentre il modo in cu
i viene realmente valutato nel mercato del lavoro (ossia il possesso di skills ottenute grazie ad un contesto che ha permesso la fioritura dei talenti individuali) ha molto a che vedere con una serie di esternalità e fattori extraindividuali che vengono sottaciuti. Di ‘merito’ rettamente inteso, in altri termini, si potrebbe parlare soltanto in un regime di uguaglianza di opportunità, poiché la disuguaglianza di circostanze in cui crescono individui di differenti classi sociali mina alla radice la narrativa individualista del merito. Ogni talento individuale, infatti, necessita di circostanze adeguate per poter fiorire e realizzarsi in una effettiva capacità, ma la presenza o l’assenza di tali circostanze ambientali non è affatto imputabile all’individuo. Al contrario, l’interdipendenza sistemica che caratterizza il tessuto sociale attuale certifica il peso e la rilevanza della determinatezza storico-geografico-sociale dell’individuo per la definizione delle sue ‘chance di vita’. Ciò, sottolinea Farina, non conduce al dissolvimento della libertà individuale nella trama delle relazioni che lo costituiscono, bensì rappresenta un invito a ripensarla e risemantizzarla nel contesto dello status civitatis. La partecipazione alla comunità, infatti, non può essere ridotta ad un vincolo da sopportare obtorto collo nel processo di realizzazione del proprio progetto di vita, ma deve costituire un fattore di cui tenere conto nell’orizzonte delle proprie scelte individuali. La società ideale, infatti, non è quell’‘ordine spontaneo’ (Hayek) che gli individui, agendo autonomamente come monadi separate, raggiungono perseguendo il proprio personale progetto di vita, ma il luogo di realizzazione di una vera e propria democrazia solidale.
Farina spiega come il processo di realizzazione di questo ideale nei decenni successivi al secondo conflitto mondiale sia stato interrotto all’inizio degli anni Ottanta attraverso la riscossa delle élites socioeconomiche globali, che, diffondendo la cultura neoliberale, hanno evitato che l’asimmetria di potere tra imprese e lavoratori potesse incrinarsi. L’affermarsi di questa cultura, tuttavia, ha portato all’acuirsi delle disuguaglianze e ad una significativa decrescita della mobilità sociale, fondandosi sulla capacità delle élites di perpetuare il proprio privilegio alle generazioni successive per mezzo dell’istruzione privata e delle reti sociali dei genitori. Molteplici voci si sono levate per condannare questa situazione dal punto di vista etico, ma non hanno ricevuto l’ascolto necessario. Il crescere delle disuguaglianze, tuttavia, non ha soltanto un’innegabile rilevanza etica, ma comporta delle ripercussioni sul piano della stessa efficienza economica. Recenti studi del Fondo Monetario Internazionale (vedi IMF Staff Discussion Note 2014 e 2015) e dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OECD 2011 – Divided We Stand: Why Inequality Keeps Rising e OECD 2015 – In It Together: Why Less Inequality Benefits All) hanno messo in luce come il crescere delle disuguaglianze impedisce un’allocazione ottimale delle risorse e produce una crescita bassa e insostenibile. Farina, facendo riferimento alla disuguaglianza concernente le opportunità di istruzione, conclude che «la società di mercato, nel dimenticare l’equità, dimentica anche l’efficienza, per lo ‘spreco dei talenti’ dei giovani appartenenti alle classi svantaggiate» (p. 310). La difficoltà del sistema nel far emergere i talenti si ripercuote nelle opportunità di crescita economica sul lungo periodo. I difetti del neoliberalismo, dunque, non sono sottolineati soltanto da richiami etici estrinseci rispetto alla concezione del mercato come morally-free zone, ma implicano una contraddizione sul piano della stessa razionalità economica.
Che fare dunque? È necessario abbandonare l’economia di mercato e il capitalismo globale? Sono essi degli strumenti strutturalmente destinati ad ampliare la disuguaglianza e la polarizzazione sociale, così come certifica il sorgere di movimenti politici antisistema? Come mantenere intatto e vitale il precario equilibrio tra capitalismo e democrazia? La ricetta proposta da Farina si basa sull’incremento dello Stato sociale e in particolare sul welfare solidale e su una affirmative action nel campo dell’istruzione. Si tratta, in altri termini, di prendere contezza che il welfare universalistico – ossia l’eguale trattamento dei ‘diseguali’ per circostanze, opportunità e condizioni – «può ridurre la diseguaglianza di opportunità, ma non incide abbastanza sul problema dell’empowerment, ovvero sull’esigenza di garantire a tutti i giovani le capacità per la realizzazione del proprio progetto di vita mettendo a frutto i propri talenti» (p. 361). È necessario, al contrario, dare priorità all’emersione dei talenti dei giovani che hanno scarse opportunità economiche e sociali di dotarsi della formazione necessaria a metterli a frutto. Lo stesso autore, tuttavia, si rende conto che difficilmente questa idea possa far breccia e lascia trasparire un certo scetticismo nei confronti della possibilità effettiva di cambiare ‘le regole del gioco’ del capitalismo neoliberista.
In conclusione, dunque, il libro di Farina non si può certo derubricare semplicisticamente all’ennesimo contributo ‘contro il merito’. Esso ha il merito – ebbene sì – di non trascurare la complessità della questione e di non ‘gettare via il bambino con l’acqua sporca’: talento, capacità, impegno hanno un giusto ruolo nel determinare la posizione sociale che ciascuno può aspirare a raggiungere. Ciò che non è tollerabile è la posizione di privilegio da cui alcuni individui prendono parte alla competizione, che ‘tradisce’ la lealtà della competizione stessa. Ancor di più, dunque, è intollerabile la narrativa meritocratica che pretende di occultare questa realtà per far ricadere ogni cosa sulla ‘responsabilità individuale’, alimentando così un’etica individualistica secondo la quale la convivenza con altri esseri umani non è altro che un mero accidente. È proprio su questo livello, allora, che bisogna agire per far sì che in un futuro le misure di welfare proposte da Farina possano essere socialmente accettate. Affinché il bene comune torni ad essere la stella polare delle decisioni politiche ed economiche è necessario rendersi conto che il nostro già presente essere-in-comune è un bene da preservare e alimentare.








